E’ appollaiato sull’angolo più alto della cornice dorata del quadro nel centro della bottega, è il suo piccolo occhio mobile l’unico indizio che tradisce quello che sembra un trucco mimetico: non è un uccello impagliato ma un piccione vero, di quelli che ci intralciano nelle piazze, nei giardinetti della città. Qui è una nobile figura, perfettamente integrata tra velluti e copie d’autore, di un piccolo negozietto di un vicolo fiorentino.
Bello, come mai mi ero accorta fossero i piccioni, con le sue penne sfumate dal bianco al grigio al marrone, anche lui quasi il frutto di pennellate accorte e precise, di una natura che i quadri nel locale riproducono regalando l’istante di un bagliore di luce lì dove l’ombra sembra volere coprire il bello e che il pennello dell’artista scopre e illumina.
Questa è la casa di Caravaggio, il piccione, e del suo amico pittore.
Si somigliano i due, si scambiano effusioni e scherzi, attenti a non disturbarsi o a invadere lo spazio l’uno dell’altro, capaci di mettere insieme due esistenze che pur lontane e diverse in questa bottega un po’ incantata trovano l’equilibrio della convivenza.
L’armonia, l’allegria semplice di uno scambio, la serenità di una complice abitudine, il sorriso e la bizzarra amicizia tra un uccello e un uomo, dentro le mura di un piccolo paradiso incastonato nelle mura antiche di una via, sembrano volere indicare la contraddizione di quel mondo che è subito fuori dalla porta a vetri: le relazioni difficili, scorbutiche e disgregate tra uomini e donne che non sanno riconoscersi, che non si vedono e che troppo spesso nell’altro temono un nemico invadente e fastidioso.